|
|
LE RECENSIONI
DI ISOLAPIANA.COM UN GRANDE TE' IN 7 PASSI
Il ricordo è di quelli di bambino: un letto, una finestra sigillata, una giornata tutt'altro che noiosa, passata a letto a guardare la TV, un bel pigiama, una temperatura un po' alta, la fine di una giornata passata a casa anziché a scuola. Esistevano tre rimedi casalinghi per alleviare i malesseri dell'influenza, i primi due, ed i più graditi, erano caratteristici della sera, per una loro presunta capacità conciliatoria del sonno. Il più noto era il latte della suocera: unica fonte alcolica della mia prima infanzia (poi ho scoperto che esistono molti ed interessantissimi altri modi per assumere alcool!!) una bella tazza di latte caldo, zucchero o miele, un goccio di Vecchia Romagna (ai tempi era un must del bar casalingo, ora è un po' dimenticata). Nessuna capacità curativa, vago potere emolliente per la gola, leggero tepore che concilia il sonno, buono!
Il secondo ricordo è grandioso, è una di quelle immagini mitologiche che fanno parte integrante e fondamentale di ognuno di noi (ognuno le sue): lo Speciale. Invenzione mitica, grandiosa, memorabile ed incredibilmente inutile del mio nonno siciliano. Trattasi di una brodaglia a base di acqua nella quale versava una certa dose di zucchero, un po' di limone, qualche goccia di grappa (forse...), e l'ingrediente più assurdo, mai sentito in una medicina, ma che rendeva grandiosa la pozione: "bratta" di caffè, dove per bratta si intende, in genovese, la polvere di caffè. Questo rimedio non ha nessun potere curativo, non fa bene, non lenisce, non apporta vantaggi, è schifoso, calorico e "polveroso"; ma, diamine, è lo Speciale! Il terzo lenitivo dell'influenza, più pomeridiano, era il tè. Ed è questa l'opinione diffusa tra i nostri concittadini. Il tè è quella bevanda amara che si beve quando si ha la febbre, quando si ha fatto indigestione o si ha mal di pancia, quando non si sta bene! E si deprime una civiltà, "delle cinque" appunto (ricordando la tradizione anglosassone), che nasce migliaia di anni fa e lega tradizioni e culture locali, religione, medicina alternativa, civiltà della conversazione e dello stare insieme, arte della presentazione, riti della preparazione e cabale della degustazione. Questo articolo nasce quando, alcuni giorni fa, mi trovavo ospite della mia fidanzata (e questo termine fa scattare una serie di brividi urticosi, degni di essere leniti dallo Speciale del nonno!), che mi ha detto, sorprendendomi, se volevo un tè... e beviamolo! La cosa che subito salta agli occhi e il pacchetto di bustine da tè della "Coop". Una signora inglese sarebbe già svenuta! E da lì è iniziata una bella chiacchierata con la mia bellissima ospite (che saluto con abbondanza di baci), che, in quanto a conoscenza dei riti, si è difesa molto bene.
Non compriamo il tè nei filtri monodose, il tessuto lascia gusto, le foglie non si imbevono bene, l'infusione non avviene appieno, non vediamo le foglie (e non le vedremmo poiché polverizzate), non riusciamo a dosare la quantità di tè che asseconda il nostro gusto, sprechiamo un buon terzo di materia prima, e poi sviliamo la bella teiera e le tazzine di fine porcellana, che non si meritano di essere offeso dal filo di cotone con l'etichetta, che ricorda cose che non ho nemmeno il coraggio di menzionare (ma un immagine carina dell'oggetto la si vede nelle foto della festa di fine estate 2003, che ne ritrae una piacevole tuffo nella sangria...).
Scegliamo la nostra combinazione di foglie, inventiamo il nostro blended frequentando assiduamente una buona erboristeria, o una di quelle storiche torrefazioni che esistono in ogni città, troveremo un centinaio di tè, verdi, neri, bianchi, aromatizzati, speziati, affumicati, più o meno preziosi. Assaggiamone un po', sperimentiamo accoppiate e mix, divertiamoci e inventiamo, creiamo!
Si parte: se nella nostra città l'acqua è particolarmente ricca di cloro e di calcare, sarebbe meglio usare un'acqua minerale leggera. Bene, mettiamola nel bollitore, quanta? Molta più di quanto pensiamo, tanta da riempire due volte le tazze che vorremmo bere, più un altro paio di tazze. Esistono dei bellissimi bollitori che fischiano quando l'acqua raggiunge la temperatura: dimentichiamoci quelle pentoline con l'acqua che bolle per un quarto d'ora. Il mio maestro della scuola dei barman, il mitico signor Lavagni (alla cui storia vorrei in futuro dedicare qualche pagina, un ultraottantenne che ancora si beve il suo gin-tonic alle cinque, e il suo champagnino prima di andare a dormire, altro che il mio Speciale! dice che gli concilia il sonno. E' un ottantenne che ha fatto la storia dei bar di Portofino e del Tigullio, che ha inventato drink, e una sangria grandiosa, che ha conosciuto tutto il bel mondo di principesse, attrici, uomini della finanza e dei governi, e che lo puoi trovare a prendere l'aperitivo al Master di Santa Margherita a piangere per la morte della sua amata moglie, ogni volta con una profondità e un sentimento irripetibile) ha sempre detto: acqua bollente ma non bollita: semplice. Perché? Perché se va in ebollizione prende sapore di acqua cotta, ed il tè si appiattisce.
La si versa nella teiera, prima scaldata con un poco di acqua calda e mantenuta in temperatura vicino al bollitore, e si mette il tè in infusione. Quanto? Un cucchiaino per ogni tazza, più uno per la teiera (come dicono gli inglesi), semplice... Lo lasciamo in infusione quattro abbondanti minuti, o addirittura sei, se vogliamo un infuso molto forte. Ora si capisce il perché di tanta acqua messa sul fuoco: nel frattempo che l'infusione ha luogo, ne mettiamo un poco nelle tazze, per preriscaldarle e non sottoporre il tè ad uno shock termico.
Nelle tazze, svuotate dell'acqua calda, mettiamo una rondella di limone, sul quale posiamo un bel cucchiaio di zucchero (se ci piace). Ricordiamoci che il tè è rito di conversazione, e mentre conversiamo giochiamo con la punta del cucchiaio sul limone, in modo da farne uscire il succo, e con questo facciamo sciogliere lo zucchero, che acquisirà un ottimo sapore e lo passerà alla bevanda. Se qualche nostro ospite, invece del limone volesse del latte, che dobbiamo fare, dobbiamo ammazzarlo? Neanche a pensarci, un morto in casa... glielo diamo, senza neanche fargli intendere il nostro dissenso. Il tè è rito di ospitalità e conversazione!
Versare il te nelle tazze. Attenzione se il tè è buono rimane in superficie, e non sbriciolandosi non sporca il liquido, quindi versandolo con attenzione non avremo bisogno di colini o affini, che così non lasceranno sapori ferrosi. Insieme a tutto quanto detto sopra porteremo a tavola anche una brocchetta di acqua calda, che i nostri invitati useranno per diluire la bevanda se la trovano troppo forte, o per riscaldarla un po' se, dopo i primi minuti, fosse diventata troppo fredda.
Sorseggiare, conversare, passare una bella mezz'ora, ripetendo un rito iniziato secoli fa. Il tè nasce come una bevanda medicinale in Giappone, dove prepararlo ha la purezza e la difficoltà del rito religioso, e berlo è una vera e propria arte! Esistono tre tipi di tè: il nero, fermentato, quello che si consuma in Inghilterra, asciutto, nero e amaro ricco di teina, che un po' annulla i benefici delle altre tipologie. Il tè Oolong, semifermentato, che dà una miscela verde marrone e comunque molto amara. In fine il te verde, il più diffuso in Cina e Giappone, quello della tradizione originaria. Le foglie vengono essiccate naturalmente e accartocciate in una pallina mediante bagni di vapore. Il tè che ne esce è giallo paglierino, verdognolo, leggermente amaro, e con sapori affumicati. Ha un forte potere antiossidante, digestivo, regola la pressione, e pare prevenga infarti e tumori, addirittura! Certo è il più buono e sano. Il più prezioso dei tè non fermentati è il "golden tips", o "orange peoke": tè ricavato dalle sole gemme apicali, morbide e ricoperte di una delicata peluria che seccando diviene bianca, da qui il nome di tè bianco (come si chiama in Italia), raccolte dalle vergini nelle notti di luna, e destinata all'imperatore del Giappone! Non dico di esaltarsi fino a questi livelli, ma ricordiamoci di partecipare ad un rito infinito! Non dimentichiamoci di accompagnare il tè con dei pasticcini, niente panna o creme, semplici biscotti di pasticceria secca, belli ricchi di burro. Un suggerimento per un ottimo tè freddo: o naturale, con un'infusione prolungata, in modo da ottenere una bevanda molto forte da raffreddare con abbondante ghiaccio, da zuccherare e da consumare al momento. Oppure, preparato al mattino e bevuto in giornata, un normale tè, messo ancora caldo in compagnia di una pesca a pezzetti, o di qualche chiodo di garofano, cannella e limone, o con delle foglie di menta. Una volta freddo, lo si mette in frigorifero, per il nostro sollazzo. Un aneddoto: una mia amica usciva da una difficile storia d'amore, con un pesante passato da dimenticare, e che non riusciva a dimenticare, con paura per un futuro senza la persona amata... per farla breve, l'obiettivo era dimenticare i dolori del passato, e non farle pensare al futuro: farle godere del solo presente, l'unico vero momento che esiste (il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora!). Soluzione? Il tè: un rito che buca i secoli, e che durerà nel futuro, l'unione di tradizione, e passato, col futuro, in un eterno presente! Non so se per il tè, o se per le belle conversazioni, i tranquilli venti minuti al giorno passati in tranquillità, ma sta sicuramente meglio! Seguirà una seconda puntata con storia e tipologie... Nicola Mari |